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Mariana Starke: una viaggiatrice inglese in Italia tra 700 e 800, dalla Liguria al Piemonte, passando per Novi.

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Chi ha seguito la pubblicazione della rivista di studi storici In Novitate, espressione  e testimonianza dell’attività culturale dell’omonimo Centro Studi di Novi Ligure, realtà entrambe finalizzate al recupero  e alla valorizzazione della storia locale, avrà incontrato, tra gli altri – una serie è dedicata alla metodologia della ricerca storica locale – due articoli che vedono protagonisti due figure esemplari del viaggio settecentesco: il veneziano Giacomo Casanova 1 ed il francese Charles de Brosses.2 Avventuriero il primo, anche se il termine risulta riduttivo a fronte di una personalità complessa che esula dal topos consolidato dell’avventuriero seduttore ( in realtà fu libertino e non seduttore), “magistrat homme de l’ancien regime”3 il secondo. I due personaggi si allineano in un più vasto progetto di studio “delle grandi figure rappresentative dell’età dei Lumi scese in Italia secondo il costume del Grand Tour: filosofi, letterati, scienziati che hanno legato il loro nome al transito tra Piemonte e Liguria attraverso il passaggio obbligato di Novi, come testimoniato dai resoconti di viaggio che ci hanno lasciato”.4 Il progetto prevede l’apporto di ulteriori personaggi rappresentativi della cultura del viaggio settecentesco, come il “divino marchese” Sade, il filosofo Berkeley, l’astronomo Lalande, il filosofo magistrato Montesquieu, il magistrato Dupaty, lo scrittore Smollett, il medico scrittore Sharp ed altri ancora, meno noti ma non meno stimolanti, fermo restando l’impegno di rispettare l’effettivo margine di interessamento dell’asse Liguria-Piemonte, passante per Novi, passaggio pressoché obbligato per chi attraversava le due regioni.

Ho deciso, per plurime ragioni, di proseguire la ricerca nel campo della storia locale spostando il contributo dalla rivista cartacea al sito del Centro Studi , con non poca sofferenza per chi, conservatore in tal senso, ama il profumo, il tatto e la vista della carta stampata; ma tant’è: il futuro è qui, e lo scrive con rammarico chi ancora privilegia l’uso della stilografica  all’uso del PC. Il mio contributo prosegue dunque in rete, per una fruizione più rapida e meno vincolante, incentrato su di una figura femminile inglese che partecipa al Grand Tour a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: Mariana Starke (1762-1838).

 

Prima di procedere, permettetemi due digressioni necessarie alla comprensione del testo: la prima, volta  a chiarire il concetto di storia locale; la seconda, volta ad illustrare il rilievo storico assunto dalla esperienza settecentesca del Grand Tour. Relativamente al primo punto, rimanderei ai miei articoli apparsi sulla rivista In Novitate, e precisamente: “Note per una metodologia della ricerca storica locale” e “Storia locale, microstoria e minimalismo storico”.5

In ogni caso, riassumo il mio punto di vista. Le difficoltà che incontriamo nel mettere a fuoco il concetto di storia locale sono da riportare alla difficoltà di pervenire ad una definizione univoca del concetto in questione, nonché alla complessità dei suoi rapporti con la storia generale e con le scienze sociali coinvolte. Vediamo allora di definire cosa si intende per “locale”. Per lo storico De Giorni “il locale è stato definito come particolare spazialità storicamente denotata”,6 dove lo “spazio locale” è definito tale da una relazione di significatività storica che va al di là di una spazialità puramente fisica e fissa nel tempo, e per ciò stesso astorica.

Per quanto riguarda poi il rapporto con la storia generale, per la Salvarani “la specificità della storia locale si esplica in una relazione dialettica fra particolare e generale”.7 Queste sintetiche precisazioni in campo metodologico sgombrano la strada dalla facile obiezione che può suscitare il presente articolo, e cioè il non esclusivo riferimento alla città di Novi, che compare sì, ma nell’ottica di una analisi storica centrifuga e non centripeta, ottica centripeta che relegherebbe l’analisi piuttosto nell’ambito della microstoria che in quello della storia locale, che è sì storia del territorio, ma proprio per questo è storia di relazioni con l’esterno e, fatto più rilevante, è da essere sussunta nelle problematiche della storia generale. Mi si perdoni, dunque, la non specificità di un contenuto prettamente novese, di alto o basso livello – con questo sono lungi dal misconoscere la significatività storica di un fenomeno di folklore o di una tradizione culinaria, sempre però nel rispetto delle condizioni metodologiche proposte, altrimenti cadiamo nella microstoria o nella cronaca locale, o, scendendo ulteriormente di livello, nel micrologico “minimalismo storico”-8 per cui parleremo di Novi ma non solo di Novi, proponendosi il riferimento alla città occasione per un irradiamento centrifugo sul territorio e sulle problematiche che scavalcano i confini della storia locale.

Per ricordare, poi, il concetto di Grand Tour, quale migliore presentazione di quella offerta dai testi di Attilio Brilli,9 massimo esperto sull’argomento? Riportiamo dalla presentazione del suo Quando viaggiare era un’arte una sintetica definizione: “il Grand Tour, intrapreso per oltre due secoli dai rampolli dell’aristocrazia europea e dai maggiori intellettuali in funzione di accompagnatori….Il viaggio di istruzione che ha come fine la formazione del giovane gentiluomo tramite il confronto del noto con l’ignoto, del familiare con l’estraneo, e che in senso più ampio risponde all’esigenza, come vuole Montaigne, di strofinare il proprio cervello contro quello degli altri”. Nella prefazione, Brilli, sottolineando che “il Grand Tour è, come è noto, un fenomeno tipicamente settecentesco”,10 ricorda, citazione utile al presente lavoro, che “un ruolo particolare spetta alle viaggiatrici che, col XVIII secolo, diventano le protagonisti di maggior prestigio letterario di questa consuetudine culturale”.11 Concludiamo l’incursione nel fenomeno del Grand Tour, ricordando che il termine compare per la prima volta nell’opera di Richard Lassels An Italian Voyage or Compleat Journey through Italy nel 1697, il che sottolinea il ruolo primario dell’Italia come “traguardo prediletto o tappa culminante di esso!.12

Concluse tali premesse, avviciniamoci alla figura di Mariana Starke, figura che si allinea nella galleria femminile delle interpreti del viaggio italiano nel Settecento, come Lady Mary Wortley Montagu, Madame Du Bocage, Hester Lynch Piozzi, e delle interpreti del viaggio italiano in età romantica, come Lady Morgan, Madame de Stael, Lady Blessington, Anna Jameson.

Se ci interroghiamo sul perché di tanto fervore di viaggi in Italia nel secolo dei Lumi, ricordiamo che “Gli stranieri continuavano a scendere nella penisola, ci venivano anzi con maggior frequenza di prima, a studiarvi le tracce di molteplici civiltà, l’antica in primo luogo….ci venivano da signori raffinati a compiere la loro educazione artistica nel massimo museo del mondo, o, turisti, a divertirsi tra pittoreschi scenari di natura e di popolo”.13 Vivacissimo lo scambio di viaggiatori sull’asse Inghilterra –Italia, fenomeno che rientra nel più vasto fenomeno dell’anglomania settecentesca14 e del significativo influsso del pensiero scientifico inglese15 sulla cultura italiana, così come, da sempre, gli inglesi tributarono, soprattutto nel Sette-Ottocento, sincero amore per la terra italiana e la sua cultura, anche se con riserve, talora, su usi e costumi locali. A proposito dell’anglomania, è stato scritto: “Gli italiani colti ed informati sono tutti un po’ anglomani, suggestionati dalla esaltazione che della Inghilterra ha fatto Montesquieu. Questa immagine positiva dell’Inghilterra – quasi una nuova Grecia o una nuova Roma,  per decoro di vita pubblica, novità di istituzioni politiche, libertà di espressione, floridezza delle arti e dei commerci – mette in ombra le contraddizioni e gli immensi conflitti del paese, e resisterà a lungo, fino quasi alla rivoluzione americana, che denuncerà all’Europa intera – non senza esagerazioni – la "perfidia" degli inglesi di madrepatria”.16

Solo un cenno sui viaggiatori italiani nel Settecento: “Il canterino Rolli, il cardinale Querini, il medico Antonio Cocchi, Scipione Maffei, l’Algarotti, il Bettinelli con le sue Lettere Inglesi….il più ragguardevole degli stabiliti a Londra, il Baretti, che di primo acchito non aveva riportato una buona impressione della  capitale inglese, della quale lamentava la sporcizia e il frastuono, la miseria cenciosa di troppi abitanti, la meschinità della maggior parte degli edifici pubblici”.17

Ci stiamo avvicinando, passo a passo, al personaggio al centro della nostra indagine, anch’essa protagonista del Grand Tour italiano, l’inglese Mariana Starke. L’ultima premessa ci permette di inquadrare il personaggio nel più ampio, interessante fenomeno delle donne viaggiatrici nel Sette-Ottocento. Ancora una volta ci rifacciamo al massimo esperto in materia di viaggio in Italia, Attilio Brilli: “è opportuno ricordare che il Settecento assiste al sorgere di un altro importante fenomeno, vale a dire la cospicua presenza delle donne nel novero di infaticabili, appassionate viaggiatrici dallo sguardo sensibile, acuto, innovativo, refrattario ai luoghi comuni. Il viaggio, e in particolare la narrazione del viaggio, aprono alla donna spazi inediti che le consentono di travalicare il limitato circuito delle incombenze domestiche e di affermare il diritto a esprimersi, a manifestare libertà di opinioni e indipendenza di giudizio. E il dato più significativo è che le donne si presentano come straordinarie autrici di libri di viaggio, sia che si tratti di Madame Du Bocage, di Lady Mary Wortley Montagu, oppure di Hester Lynch Piozzi. E’ a questa tradizione di abili redattrici di guide, di autrici di memorie e di osservazioni itinerarie che dobbiamo la non meno straordinaria fioritura di interpreti del viaggio italiano in età romantica”,18 tra cui, appunto,  la nostra protagonista: Mariana Starke, che, come già detto, si colloca a cavallo tra l’età dei Lumi e il Romanticismo, avendo soggiornato in Italia tra il 1792 e il 1798, e, successivamente, nel periodo 1817-1819.

Frutto delle sue esperienze di viaggiatrice, le seguenti opere:  Travels in Italy, Between the Years 1792 and 1798….with Instructions for the Use of Invalids and Families, 2 vols, London, R.Phillips, 1802; Travels on the Continent, London, 1820; Travels in Europe for the Use of the Travellers on the Continent, London, 1828 (nuova edizione 1833, quella cui facciamo riferimento).

Vediamo, ora, una breve biografia, che traduco interamente dall’ormai classico testo dell’Ingamells 19. Mariana Starke scende in Italia con gli anziani genitori nel 1792. Trascorrono l’inverno 1792-1793 a Pisa, e dopo un soggiorno a Roma nei mesi di aprile-maggio, ritornano a Pisa nell’inverno 1793, dove il padre Richard muore all’età di settantaquattro anni. Nel novembre 1797 William Artaud comunica a suo padre che Miss Starke e sua madre hanno trascorso cinque anni in Italia, definendole “le più amabili e sensibili donne che ho mai incontrato. Miss Starke ha un non comune retroterra culturale con in più un tocco di genialità; sicura padrona della lingua latina, greca  e di quelle orientali. Sono gente con un considerevole patrimonio e vivono con stile molto elegante. Sono veramente molto vicine ai professori di università nel campo dell’arte  della letteratura, e la loro casa è punto di incontro della più illuminata e piacevole società”. Ma il meglio delle testimonianze del soggiorno di Mariana è legato all’opera Travels in Italy, in cui afferma di avere trascorso sette anni in Italia con un parente malato di tisi, probabilmente la madre, dal momento che ricorda i suoi “tentativi di mitigare le sofferenze di quelli a lei cari, occupata ed impedita dal suo ruolo di infermiera”. I Travels prendono la forma di una sequenza di lettere, la prima delle quali èdatata Nizza, settembre 1792, con l’itinerario che si snoda attraverso le lettere seguenti. Le prime sette forniscono un resoconto storico e di prima mano dell’invasione francese in Italia, che include anche documenti sulla requisizione da parte francese delle opere d’arte italiane. Quando i Francesi invadono Nizza, le Starke si spostano a Genova, per poi ritrovare i Francesi a Firenze il 30 giugno 1796. Le famiglie inglesi erano state invitate dalle ospitali autorità fiorentine a ritirarsi in campagna, ma l’invasione non si rivela violenta, e le Starke non muovono alla volta di Roma prima della fine dell’ottobre 1796. Quando i Francesi entrano a Roma nel febbraio 1797, le Starke si spostano a Napoli, per ritornare a Roma nel mese di ottobre “non trovando per parecchie settimane motivo alcuno per pentirsi della decisione”. L’aumento dei prezzi e i disordini civili e poi militari che culminano con l’esilio del Papa spostatosi a Siena il 20 febbraio 1798, inducono le Starke a lasciare Roma per Firenze, probabilmente nel mese di gennaio, per spostarsi nel giugno 1798 nella città di Dresda, sulla via del ritorno in Inghilterra. Le lettere riguardano le principali città italiane (Roma, per esempio, è descritta nello spazio di dodici giorni). Una serie di appendici ci offre pratiche indicazioni sul clima “necessarie per una persona malata”, sulla moneta, ulteriori dettagli su alberghi  e servizi a Livorno, Pisa, Firenze, Roma, Napoli, Sorrento e Venezia, e un calendario del viaggio in Italia. Lo stile della Starke è vivace; per esempio: poteva caratterizzare i romani scrivendo che non posseggono “né i meriti dei toscani né il buonumore buffonesco dei napoletani”. Una riedizione rivista  dell’opera apparve nel 1815. A seguito di un altro viaggio in Italia negli anni 1817-1819, pubblicò Travels on the Continent nel 1820. Morì a Milano nel 1838.20

Per il presente studio, faremo riferimento ai Travels in Europe for the use of Travellers  on the Continent and likewise in the island of Sicily to which is added an account of the remains of ancient Italy and also of the roads leading to those remains, London, John Murray, Albemarle Street, 1833 (edizione notevolmente ampliata).

Lasciamo dunque  la parola a Mariana Starke, del cui testo offro una traduzione limitata al suo viaggio lungo l’asse Liguria-Piemonte, passante per Novi, centro focale della nostra storia locale.

L’avvicinamento a Genova dal Levante

La strada da Pisa a Genova è sempre stata idonea al passaggio delle carrozze, almeno fino a Lerici, ma non oltre, e nelle altre stagioni i viaggiatori sono stati costretti a imbarcarsi a Via Reggio (sic), piccolo porto di mare, celebre per il suo eccellente pesce (forse le antiche Fosse Papiriane cui fa accenno Tolomeo), muovendosi da là, o con una nave col ponte o con una feluca – una barca aperta che fa uso delle vele e di rematori – verso Genova, navigando sempre a vista della costa e in caso di maltempo rifugiandosi nel porto. Tra Genova e Pisa non c’è stata una via postale fino al 1824, anno in cui una magnifica strada (i cui lavori sono stati avviati dall’ultimo governo di Genova e proseguiti dall’attuale governo) è stata aperta tra Genova e Lucca. Essa attraversa una parte molto elevata dell’Appennino, offrendo la squisita vista di un bel paesaggio; e se qualche muro come parapetto fosse stato eretto sul ciglio di precipizi e uno o due ponti costruiti sul letto di torrenti, questa strada potrebbe quasi gareggiare in eccellenza con quelle del Moncenisio e del Sempione. Essa segue pressoché lo stesso corso della Via Clodia, che iniziava da Lucca, procedeva per Genova e proseguiva lungo la costa sino ad Alberga, dove si incrociava con la Via Aurelia, che proseguiva sino al Frejus. La distanza fra Pisa e Genova, con la nuova strada, è calcolata in centoventi miglia inglesi, e le persone che viaggiano in carrozza impiegano di norma tre giorni e mezzo. Le persone singole che si spostano da Pisa a Genova, farebbero bene a noleggiare uno dei calessini  [in italiano nel testo] di Pisa, che permette un viaggio di due giorni e mezzo, e può essere noleggiato con dieci scudi per il proprietario e due per il conducente, a meno che il passeggero sia provvisto del pranzo, nel qual caso il prezzo è di sei zecchini. Il modo più piacevole di viaggiare è seguendo la strada che conduce ai Bagni di Pisa.

Segue la descrizione delle tappe di avvicinamento a Genova: la stazione di Posta di Pietra Santa è evitata a causa di una “pestifera palude”, il che comporta la sosta per dormire a Massa, che gode di “una aria salubre e una felice collocazione” in una bella valle vicina al mare, e, sebbene piccola città, offre un hotel confortevole, The Quattri Nazioni (sic). Di lì, attraverso una strada collinosa ma buona, a Carrara, il cui marmo gareggia in eccellenza con quello del monte Pentelico. Da Carrara, al porto di Lavenza (l’antica Aventia),  dove il marmo è inviato in tutta Europa. Da Lavenza a Sarzana, ricca di una bella chiesa gotica e il cui hotel principale è di recente chiamato Albergo della  Lunigiana (ma ora è Hotel de Londres), visto che siamo nel distretto della Lunigiana. Dopo Sarzana, la strada attraversa il Magra: da qui, la strada sale attraverso una campagna lussureggiante sino ad una altura da cui si gode la vista del magnifico, splendido golfo di Spezzia (sic), che si affaccia tra colline coperte sino alla cima dalla più ricca vegetazione. A Lerici, le persone che non vogliono procedere per via di terra, possono imbarcarsi su una feluca alla volta di Genova. La distanza, per mare, da Lerici a Genova,  è di circa venti leghe, e il tempo impiegato per il viaggio oscilla tra le dodici e le quindici ore, sebbene, in assenza di vento o con il vento contrario, i viaggiatori siano costretti a terra, per la notte, a Portofino, borgo grazioso di pescatori, ma privo di comodità. Dall’altura, la discesa al mare è graduale, e la via di accesso alla piccola città di La Spezzia, tra le acacie, è incantevole. La città offre buoni alberghi: l’Hotel de l’Europe, sempre pulito e confortevole e l’Hotel de l’Univers, che ora, nel 1831, è allo steso livello. L’attuale proprietario del secondo, tiene, a Borghetto, una piccola  ma particolarmente ordinata casa per il ricevimento dei viaggiatori: è chiamata l’Hotel de l’Europe e, nel 1831, vanta un eccellente cuoco.

Da La Spezia la strada risale sino ad una bella vista del golfo, per poi scendere a Borghetto, dove inizia il Passo del Bracco – una delle più elevate sommità dell’Appennino – dove le carrozze sono costrette in gallerie scavate nei fianchi dell’ardesia e del marmo; più strette di quelle del Sempione, il che offre spazio alle lamentele, perché corrono sull’orlo di paurosi precipizi, non essendo protette a sufficienza da muri come parapetti: perciò, se un cavallo partisse di scatto o si rivelasse riottoso, potrebbe derivare un guaio serio. Oltretutto, questi passaggi sono esposti a raffiche di vento, e per di più pericolosi in caso di tempesta. Da Borghetto a Matarana, sette miglia, è continua salita, ma non molto ripida; poi la strada risale gradualmente per tre miglia e mezzo sino all’orlo di un tremendo precipizio, scavata tra rocce di marmi multicolori e superbo granito grigio, per poi discendere per circa otto miglia, avanzando verso Sestri (l’antica Segeste), presentando al viaggiatore una splendida visione della città, che è bagnata dal mare e mette in mostra siepi di aloe in tutte le direzioni (Sestri ha un buon alberghetto: l’Hotel de la Belle Europe). Di lì, attraverso una ricca ma stretta valle, si giunge a Chiavari, una bella città, da dove inizia la salita di un  altro ramo dell’Appennino. Come il Bracco, il passaggio richiede muri come parapetti, ed è scavato nei fianchi delle rocce di marmo sull’orlo di un precipizio che si affaccia sul mare, coronato da monti coperti sino alla cima da giardini di olivi, vigneti, cipressi, pini marittimi, intersecati da paesi e ville. Il paesaggio rivela tre tunnel: i primi due sono attigui, scavati in una solida roccia di splendido marmo, peraltro segnato da tracce di muratura che rovina l’effetto; il terzo, circa quindici miglia romane da Genova, è scavato nel solido marmo ed esibisce, al suo termine, come attraverso un cannochiale, l’intera linea della costa sino a Genova, compresa la magnifica città, la più singolare e bella veduta. Questo tunnel introduce nel paese della Ruta, da dove la strada scende gradualmente sino a Genova, circondata,nell’ultima parte, da entrambi i lati, da uliveti, vigneti, giardini e ville.

 

Genova

Genoa, Genova in italiano, chiamata anche La Superba, offre la sua migliore visione quando appare dal mare, a circa un miglio dalla spiaggia; inoltre, per i suoi numerosi e imponenti  edifici, richiama l’immagine di un vasto anfiteatro collocato sul declivio dell’Appennino.21 Si dice sia stata la prima città della Liguria sottomessa alle armi romane. Livio ricorda che fu distrutta dal cartaginese Magone, e successivamente ricostruita dai Romani, che ne fecero un Municipio. Strabone ne parla come di un centro di intenso commercio, in particolare di legname, ricavato dalle vicine montagne, dove gli alberi crescono raggiungendo misure imponenti, e parte di questo legno è così riccamente venato da essere considerato, all’uso di mobilio domestico, bello quasi quanto il cedro.

Il porto esterno dell’odierna città è spazioso ma poco sicuro, essendo esposto al libeccio, vento sud-occidentale: ma all’interno del porto, un altro porto, molto più riparato, è adibito a bacino e zona di carico.22 Il Fanale, o faro, [la Lanterna] è una torre elevata costruita su di una roccia isolata nel lato occidentale del porto.23 Le fortificazioni che si affacciano sul mare appaiono solide, tagliate come sono nella roccia: ma il potere navale, una volta così formidabile, sembra ora ridotto a poche galere e due o tre fregate che appartengono all’attuale sovrano.

Genova è difesa da due valli, la prima racchiude proprio la città, mentre la seconda comprende le colline che sorgono sovrastanti. Le strade, con poche eccezioni, in passato non erano abbastanza larghe da permettere l’uso delle carrozze, ma grazie alla demolizione dei vecchi edifici e alla creazione di piazze, là dove tali migliorie sono state possibili, le carrozze ora possono transitare senza difficoltà nella maggior parte della città. I ponti, le chiese, i palazzi e tutti gli edifici pubblici sono costruiti col marmo, la strada Balbi  [l’attuale via Balbi, che collega Piazza Principe, sede della stazione ferroviaria, con Piazza dell’Annunziata ], la Strada Nuova  e la Strada Nuovissima sono magnifiche in modo sorprendente; i Palazzi, sebbene non particolarmente spaziosi, sono splendidamente adorni di nobili ingressi, scale eleganti, pavimenti di marmo o di quella bella composizione alla veneziana, belle pitture e magnifiche terrazze, che normalmente comunicano col secondo piano di ogni palazzo.

Il lato occidentale di Genova è bagnato dal Polcevera, anticamente chiamato Porcifera; quello orientale , dal Bisagno, anticamente Feritor. Bei ponti sono gettati su entrambi i fiumi. La Cattedrale, dedicata a S.Lorenzo, è una antica struttura gotica, ricoperta e pavimentata  di marmo; abbellita con un affresco della Crocefissione da parte del Baroccio e da statue di S.Stefano, S.Ambrogio e i quattro Evangelisti, opere del Francavilla. La sacrestia contiene un vaso di smeraldo, rinvenuto a Cesarea, quando la città fu presa da Guglielmo Embriaco, e scelto dai Genovesi a preferenza di altro bottino. Questo vaso, si suppone sia stato offerto dalla regina di Saba a Salomone, e da lui depositato nel tempio di Gerusalemme. I resti mortali di S.Giovanni Battista, secondo la tradizione, furono portati dalla Licia e posti dai Genovesi nella loro cattedrale, e la Cappella, contenente un’urna di ferro che dovrebbe conservare le reliquie del santo, è di forma rotonda, intarsiata con bassorilievi, e adornata con la statua della Vergine benedetta e di S.Giovanni, opere entrambe del Cantucci.24 Quattro colonne di porfido, con i piedistalli che mostrano bassorilievi dei profeti, opere di Giacomo della Porta, sostengono il baldacchino dell’altare.

La Starke, dopo la Cattedrale, ci lascia un elenco analitico del contenuto artistico delle principali chiese genovesi: S.Siro, l’Annunziata, S.Ambrogio, Santa Maria di Carignano, S.Stefano alle Porte, S.Matteo, Santa Maria del Castello, S.Filippo Neri, S.Francesco da Paola, la Madonnetta. Non è il caso di riportarlo, risulterebbe stucchevole, o, per dirla con il libertino Casanova, è inutile descrivere la tal città quando il lettore può andarsela a vedere di persona o consultare una guida, ma non dimentichiamo che era interessato al solo aspetto della sociabilità.25 Sulla elencazione analitica della Starke possiamo, però, fare una osservazione che investe in profondità lo spirito settecentesco dei Lumi: essa riguarda l’esigenza analitica propria del secolo, pronta a tradursi, sotto la pulsione della curiosità scientifica, nel bisogno di elencare, catalogare, inventariare il reale, esigenza che troverà espressione nel capolavoro del secolo: l’Enciclopedia.26

Più che l’elenco delle opere d’arte racchiuse nelle chiese genovesi, ci interessano alcuni rilievi della Starke sulla storia della città. Per esempio, impariamo che la chiesa di S.Ciro [S.Siro, nella piazzetta tra via S.Luca e via Fossatello], edificata nel 250, è stata cattedrale della città sino al 985; l’Annunziata, costruita col solo contributo della famiglia Lomellini, è una delle chiese più ricche di Genova, mentre S.Ambrogio deve molto del suo splendore alla famiglia Pallavicini, ricca di due affreschi del Rubens. Ancora: Santa Maria in Carignano, è voluta dal nobile genovese Bendinelli Sauli, e il ponte che conduce ad essa è stato eretto dal figlio;27 è celebrata per le opere dei Piola, del Guercino, e per la splendida vista dalla cupola. Ci dice poi che S.Stefano contiene un celebre affresco requisito a Parigi sotto Napoleone, ma ora riportato nella sua sede: si tratta del martirio di S.Stefano, la cui parte superiore è opera di Raffaello, quella inferiore di Giulio Romano, il tutto ritoccato dal David nel soggiorno parigino. S.Matteo fu costruita dalla famiglia Doria, e in una Cappella sotterranea sono conservati i resti di Andrea d’Oria. Come S.Stefano, anche S.Francesco di Paolo [S.Francesco da Paola] fu depredata di due celebri affreschi ai tempi di Napoleone, opere del Cambiaso e del Paggi.

La Starke ci descrive poi il Palazzo Ducale, un tempo residenza dei Dogi, costruzione moderna sorta sulle ceneri dell’antico edificio, lasciandoci la curiosa notizia della presenza, sopra la porta della Camera dei Senatori, della prora di una antica nave cartaginese, della lunghezza di circa tre spanne, e dello spessore massimo di circa due terzi di un piede, scoperta vicino alla spiaggia nell’anno 1597, in seguito alla pulizia del porto; si suppone sia rimasta là dal tempo della battaglia navale tra i Genovesi e il comandante cartaginese Magone. Altra notizia riguarda il Palazzo dei Padri delle Commune, per la tavoletta di ottone scoperta nei dintorni della città nel 1506: essa ricorda, in un latino molto antico, la disputa sorta tra Genovesi e i Veiturii (si suppone la popolazione di Voltaggio) in materia dei rispettivi confini; per la quale disputa il Senato romano nel 636 nominò dei commissari per risolvere la questione. La Tavola ci lascia i risultati del loro lavoro, specificando i nomi di città, montagne e fiumi che non compaiono da nessuna altra parte.

Severo il giudizio su Palazzo Reale, formalmente appartenuto a Marcello Durazzo, ma di fatto acquistato, insieme alla mobilia, dal Re di Sardegna, divenuto Duca di Genova: non può dirsi splendido a causa della vecchia mobilia. Segue un lungo, arido elenco delle opere d’arte in esso contenute, con l’annotazione finale che Palazzo Reale non può essere visitato dagli stranieri quando il Re si trova a  Genova, ma solo quando è assente. Segue un altro arido elenco di opere d’arte contenute nel Palazzo Giacomo Filippo Durazzo [alle spalle di via Balbi], la cui scalinata, che conduce ad una terrazza adorna di ventiquattro colonne doriche di marmo bianco, è ammirevole. Ancora più ricca la descrizione di Palazzo Brignole, nella Strada Nuova, [oggi via Garibaldi], cui segue quella di  Palazzo Gaetano Cambiaso, Palazzo Pallavicini in Piazza dei Garibaldi [nel centro storico, nell’area tra via Luccoli e via Roma], Palazzo Spinola, vicino a Piazza Fontana Amorosa [Fontane Marose], Palazzo Pasqua, Palazzo d’Oria Panfilli, al di là di Porta San Tommaso, il più ampio dei palazzi genovesi, ma trascurato ed avviato ad una rapida decadenza.

L’Universirà, “splendido edificio”, è celebrata per i due leoni di marmo all’ingresso e per i saloni di Giurisprudenza, Teologia, Filosofia, Medicina, ricchi di affreschi. Il Teatro Reale, di recente costruzione, è un bello, spazioso edificio, elegantemente decorato, sia all’esterno che all’interno, e in modo superbo nel palcoscenico; i prezzi dei palchi non sono elevati, ma al di sopra del loro prezzo, chiunque acceda ai palchi deve pagare una somma, così come deve pagare la stessa somma, trenta sous [soldi], chiunque acceda alla platea, e qualcosa in più per un posto a sedere. Un bel edificio l’Ufficio Postale, anch’esso di recente costruzione.

Il Grande Ospedale, fondato da Bartolomeo Bosco [il vecchio Pammatone, nella zona dell’attuale Palazzo di Giustizia] è un nobile istituto per i malati di ogni nazione e per i trovatelli: i maschi sono ospitati sino a che siano capaci di un lavoro, le femmine più a lungo. Nei tempi  passati, l’ospedale dava assistenza a più di mille malati e  tremila trovatelli. Nobile istituzione anche l’Ospedale degli Incurabili. La Scuola per i sordomuti, fondata nel 1801 dall’abate Ottavio Assarotti, ospita ventidue ragazzi e undici ragazze, che sono istruiti nell’arte dell’incisione su legno o rame, o in qualche mestiere utile.

L’Albergo dei Poveri, forse il più splendido ospedale in Europa, si eleva su di una altura e fu fondato da un nobile della famiglia Brignole, per offrire asilo a più di mille persone, ridotte al bisogno dall’età avanzata o da altre cause. Al momento attuale, è sufficientemente spazioso per ospitare duemila persone, servendo come rifugio per indigenti, come casa di correzione e come scuola, dove ogni persona abile al lavoro è istruita in qualche mestiere utile. La chiesa dell’edificio contiene un bassorilievo di Michelangelo della Madonna che abbraccia il corpo morto di Cristo. In una nota, la Starke avverte che l’ospedale, ultimamente, non favorisce la buona salute. Il Conservatorio delle Fieschine, allo Zerbino, può ricevere trecento persone, e i fiori artificiali, famosi in tutta Europa, sono prodotti qui.

Dopo la panoramica sui principali edifici, la Starke ci lascia alcune considerazioni sugli aspetti funzionali e sulle infrastrutture della città: loda la rete di acquedotti che ha una estensione di sei leghe e sono stati costruiti così ad ampio raggio da permettere ad ogni piano di ogni casa di ricevere la sua acqua, ma forse la sua qualità può essere compromessa dal passaggio, per lunghe distanze, attraverso tubi di piombo. La città offre buoni alberghi: il Croce di Malta, vicino al molo, è una pensione molto buona, col vantaggio del basso prezzo; l’Hotel di York è più spazioso e meglio situato, ma è molto più caro; lo stesso vale per l’Hotel de la Ville; l’Hotel de Londres è una buona pensione e l’Hotel de la Poste offre un buon prezzo, ma è buio e non molto confortevole. 28Genova è stata a lungo famosa per le sue eccellenti portantine, ed ora è provvista di un servizio di carrozze. I viaggiatori, che arrivano agli hotel della città, di norma sono assaliti da una schiera di facchini, ciascuno dei quali, anche se trasporta il più piccolo pacchetto dalla carrozza del viaggiatore alla sua camera in hotel, chiede metà di un franco, appellandosi alla tariffa per avallare la legalità della richiesta.

La popolazione, includendo San Pietro d’Arena [Sampierdarena] ma non il porto, si ritiene ammonti a ottantacinquemila abitanti. La città ha dato i natali a parecchi illustri personaggi, fra cui spiccano Colombo e Andrea d’Oria. Questo grande ammiraglio e patriota ha ben meritato il seguente elogio della repubblica genovese posto alla base della sua statua: “Andrea d’Oria,  il migliore dei cittadini, il restauratore della libertà pubblica e il suo vittorioso difensore”. 29

Un proverbio italiano recita: “ Genova, che ha il mare ma non i pesci, la terra ma non gli alberi,  gli uomini ma senza la fede”. I generi alimentari, comunque, pesce compreso, sono eccellenti, ma il vino, in generale, è di qualità inferiore; il clima, senza dubbio, è buono. La campagna, sebbene altamente boschiva, è in alcune parti romantica e bella; ma i suoi abitanti sono ritenuti, come i loro antenati, alla ricerca della fede. La scuola di medicina è di alto livello in Italia, e il dottor Scassi, che parla inglese e ha studiato a Edimburgo, è un eminente medico genovese. 30

I nobili genovesi sono accusati di dare la preferenza ad una sfarzosa, sontuosa tavola più che agli interessi letterari: comunque la loro principale soddisfazione è sempre consistita nell’ammassare ricchezza con il lodevole proposito di spenderla in lavori pubblici e pubbliche opere di carità. 31 La gente comune è attiva e industriosa, e le sete, i velluti, i damaschi e la carta di Genova sono stati a lungo famosi. I generi alimentari, nella città, hanno circa lo stesso prezzo che a Roma, e gli affitti delle case sono veramente a buon prezzo, anche se è difficile trovare degli appartamenti ammobiliati.

I viaggiatori, prima di lasciare Genova, sono obbligati a far esaminare e timbrare i loro passaporti presso l’Ufficio di Polizia, col pagamento di circa quattro franchi. 32 Nell’atto di lasciare la città, Mariana ci informa che la strada che esce da Genova all’altezza del faro si divide in due: una porta a Savona e Nizza, l’altra porta in Valle Scrivia e Torino; e la campagna che questa strada attraversa prima di dividersi, mostra, per parecchie miglia, la magnifica vista di una fitta presenza di ville uguali per grandezza e splendore ai palazzi presenti nelle valli della città, e nello stesso tempo mostra una ricca e splendida coltivazione. La strada postale della Val di Scrivia, iniziata dal precedente governo e continuata dall’attuale allo scopo di evitare il pericoloso Passo della Bocchetta, tra Genova e Torino, è ora completamente finita e arriva a Novi, dove si congiunge con la vecchia strada per Alessandria. In un altro punto del testo, nell’Appendice finale, la Starke specifica che la vecchia strada postale da Novi a Genova è abbandonata, e al suo posto è aperta la nuova, bella strada della Valle Scrivia e dei Giovi.

 

 

Verso Torino

La Starke passa poi a descrivere la tratta Genova-Nizza, con l’esame delle varie città attraversate, sino alla strada sulle Alpi Marittime che porta da Nizza a Torino, “strada superba e meravigliosa, ma non sicura per le carrozze sulla neve invernale; costruita sotto il regno del Re di Sardegna Vittorio Amedeo e completata in diciassette anni”. La descrizione risente della nuova sensibilità romantica e della categoria filosofica del “sublime” che la informa, come si evince dall’emozione provata di fronte al “romantico villaggio” di La Chiandola, impreziosito da “cascate che sgorgano da rocce frastagliate di enorme peso”, così come è al di là delle possibilità di immaginazione lo scenario tra La Chiandola e Tenda, anch’esso impreziosito da “una varietà senza fine di cascate”: le enormi rocce tra cui è stata scavata la strada, dall’immenso peso e dalle forme grottesche, ricoperte da un manto verdeggiante, mostrano una delle più incredibili, splendide grotte mai create dalla mano della natura, dove la strada percorre parecchie miglia, con la vista, da ogni lato, delimitata da montagne le cui sommità sfuggono all’occhio, anche se, talvolta, la cima di una delle Alpi appare, simile ad uno scintillante obelisco di neve tuffato nelle nuvole. Si nota, come già detto, l’intonazione romantica della descrizione, da cui traspare tutta l’emozione provata dalla Starke di fronte al sentimento del “sublime matematico” (nella definizione kantiana del sentimento che si prova di fronte all’immensità della natura). Ci sono, nella descrizione della Starke, dei singoli flash di grande intensità emotiva, come il grande castello fortificato che sembra sospeso nell’aria in virtù della densa nebbia che avviluppa la montagna su cui sorge, o quando descrive la città di Saorgio, costruita nella forma di un anfiteatro che sembra collocato fra terra e cielo, per le nuvole che coprono la montagna. Tenda si presenta come una “città tetra”, e la montagna incappucciata di nuvole dietro di essa sembra ammonire: “non potrai procedere oltre”. Se lo scenario alpestre che circonda il Col di Tenda richiama una sorta di “picture as the world’s end”, “la locanda di Posta si rivela un tugurio incredibile nel quale dormono tutti insieme: postiglioni, portatori, milordi, polli e maiali”.33 L’ascesa del Col di Tenda, che assorbe circa cinque ore, e che la Starke raccomanda di effettuare nella mattinata, perché poi si leva un forte vento che infastidisce i viaggiatori, comporta due fasi: la prima, impreziosita da pittoresche prospettive abbellite da vivaci cascate, la seconda, di norma, avvolta dalle nuvole e più fredda di ogni altro passaggio delle Alpi praticato in carrozza.

La via per Torino è aperta: dalla sommità del Col di Tenda, “una arida roccia”, con la vista sul MonViso, sino a Limone, da cui la strada corre parallela a quei torrenti che rendono fertile la parte incolta del Piemonte, per toccare Coni, ricca di fortificazioni un tempo ritenute inespugnabili e dove i viaggiatori possono dormire alla Stazione di Posta, poi Savigliano, la cui ricca e ben coltivata campagna forma uno stridente contrasto con la “sublime” asprezza delle Alpi; da qui, la strada, attraverso Carignano, conduce a Torino.

 

Torino

La Starke ora si sofferma sulla città di Torino, che sorge in una spaziosa pianura colma di more, di viti e di granturco, bagnata dai fiumi Po e Dora Riparia (l’antica Duria Maior), alla confluenza di quattro belle strade ombreggiate da una selva di alberi, con le colline adiacenti ricche di eleganti edifici, rispetto ai quali, preminente, torreggia la splendida Chiesa de La Superga

L’ingresso in città dalla strada di Genova è veramente splendido: sulla destra spicca una nuova, elegante chiesa nella forma di un tempio antico; di fronte, sulla sinistra, uno splendido ponte si affaccia su di una piazza spaziosa, al di là della quale troviamo la strada del Po, una delle più belle strade d’Europa. Torino, in origine Taurasia, capitale dei Taurini, una popolazione ligure, si oppose alle armi di Annibale, subito dopo la sua discesa dalle Alpi, ma fu presa e saccheggiata. Come colonia romana stabilita da Augusto, prese il nome di Augusta Taurinorum, che finalmente divenne Torino.

Le moderne mura o bastioni della città, ora capitale del Piemonte, la cingono in tondo per circa quattro miglia, contenendo all’interno pressoché ottantottomila persone; la Cittadella, una fortezza particolarmente bella, quasi distrutta dai Francesi, è ora ricostruita. Le strade, tutte larghe, diritte e pulite, si intersecano l’un l’altra ad angolo retto, così che da un punto particolare al centro della città, a quanto si dice, esse possono essere viste tutte insieme nello stesso momento, derivando da un centro comune come fossero raggi. La Strada del Po, la Strada Nuova e la Strada della Dora Grande sono molto belle, e così Piazza del Castello e Piazza di S.Carlo, entrambe imbellite dai portici, e il ponte gettato dai Francesi sul Po è uno dei più bei pezzi di architettura del suo genere in Europa. La Starke esamina poi i principali edifici: Palazzo Reale, con i suoi magnifici appartamenti e la preziosa collezione di pitture, che peraltro i viaggiatori non possono ammirare quando il Re si trova a Torino; la Cattedrale, la Chiesa di S.Filippo Neri, la Chiesa di S.Cristina, il Teatro di Carignano e il Gran Teatro, uno tra i più ampi e più belli esistenti. E’ celebrata la Università, per i reperti dell’antico Egitto. Il Giardino Pubblico, insieme ai bastioni, rappresenta una deliziosa passeggiata, e se non fosse per l’esigenza di precisione e di semplicità nella struttura e nelle decorazioni dei principali edifici, Torino sarebbe una delle più belle città d’Europa.

Ci sono parecchi alberghi, come l’Albergo dell’Universo, l’Europa, l’Angelo, una buona pensione, e la Pension Suisse, piccola ma confortevole; buoni negozi con i prodotti del paese, come velluti, sete, calze di seta, arazzi, porcellana, guanti di camoscio; un buon mercato di generi alimentari e buon vino. Peccato che le nebbie, sempre prevalenti in autunno e inverno, rendano il clima insalubre,34 e l’acqua putrida e nociva di frequente all’interno dei pozzi e delle cisterne provochi danni più seri delle nebbie; comunque, prima del Ponte Po, vicino al Convento dei Cappuccini, c’è un pozzo di acqua eccellente.

Nei dintorni di Torino meritano attenzione: il Valentino, dove c’è un giardino pubblico; la Villa della Regina, con la sua splendida vista; i Camaldoli, con la sua strada molto romantica; La Superga – a cinque miglia dalla città – magnifica chiesa, dove riposano i resti dei Re di Sardegna; La Veneria, Villa Reale, coi suoi bei dipinti e una bella aranciera [serra per gli agrumi invernali].

Dopo la descrizione di Torino e dintorni, la Starke ricostruisce la via di ritorno a Genova attraverso la Valle Scrivia, lasciandoci notizie su Asti, Alessandria, Marengo, Novi, sino alle tappe finali attraverso Arquata, Ronco e Pontedecimo, che conducono a Genova.

 

Verso Genova: attraverso Asti, Alessandria, Marengo, Novi

I viaggiatori, nell’atto di lasciare Torino, passano il nuovo, magnifico ponte già ricordato, e procedono su di una buona, confortevole strada che gode della bella vista del Po e delle Alpi, in direzione di Asti, una grande città situata in mezzo ai vigneti che producono il miglior vino del Piemonte. In nota, la Starke ricorda che, non lontano da Asti, incontriamo le rovine dell’antica Pollentia, città municipale romana, vicino ad un paese ora chiamato Polenza, rovine che possono essere visitate tra il Po e il Tanaro, ma più vicine al secondo. Alba Pompeia, poche miglia più in basso sul Tanaro, e tuttora denominata Alba, era un municipio, probabilmente colonizzato da Pompeo Strabone: diede i natali a Pertinace.

Asti, anticamente Asta, era colonia romana; ora conta più di diecimila abitanti ed è circondata da estese mura ridotte a rovine, e delle cento torri, per le quali era famosa, ne restano a malapena una trentina, e anche queste sembrano sul punto di crollare. Qui, la gente è povera, perché incline all’ozio, e la città, generalmente, ha un aspetto tetro, eccetto quel quartiere dove abita la nobiltà e dove le costruzioni sono eleganti. Asti vanta l’onore di annoverare la casa paterna del Conte Vittorio Alfieri, il più grande  e pressoché unico illustre poeta tragico moderno mai prodotto dall’Italia. Merita notizia il Duomo, eretto di recente, e così le Chiese di S.Secondo, la Madonna della Consolata e allo stesso modo quella di S.Bartolomeo dei benedettini, al di fuori delle mura. Asti offre due pensioni: il Leone d’Oro e l’Albergo Grande; la prima è accettabile, la seconda, disgustosamente sporca e pessima da ogni punto di vista.

Al di là di Asti, la strada attraversa una splendida valle ricca di grano, offrendo una bella vista del Tanaro (anticamente Tanarus), procedendo attraverso Felizzano e Solera, sino ad Alessandria, elegante piazzaforte posta al centro di una estesa pianura e  bagnata dal Tanaro.

Alessandria è celebre per gli assedi sostenuti, per la forza della sua Cittadella, forse la più bella in Europa, e per un magnifico ponte coperto da cima a fondo, ed egualmente notevole per lunghezza, altezza, solidità. Meritano menzione i canali sul Tanaro; spaziosa la Piazza d’Armi, e il Palazzo Reale, il Palazzo del Governo, le Chiese di S.Alessandro e S.Lorenzo, il nuovo Teatro, e i bastioni sono abitualmente visitati dai viaggiatori. La città, che comprende circa diciottomila abitanti e due alberghi, l’Albergo dell’Universo e l’Albergo Grande d’Italia, entrambi buoni, sebbene il primo sia preferibile, anticamente era chiamata Alexandria Statielliorum; ma ora ha acquistato il nome grottesco di Alessandria della Paglia, in parte a causa di una favola per la quale nei tempi passati gli imperatori di Germania erano qui incoronati con diademi di paglia, e in parte perché gli abitanti, privi di legna, si dice cuocessero il pane bianco con la paglia.

Nell’atto di lasciare Alessandria, la strada attraversa il Tanaro, e subito rientra nella pianura sopra nominata, chiamata, da questo lato, quella di Marengo, famosa per la decisiva vittoria di Napoleone

sugli Austriaci. Nessun terreno può essere meglio previsto per lo scontro di armate quanto questa pianura, che non è soltanto estesa, ma piatta e al tempo stesso priva di alberi e di recinzioni. A un quarto di lega di distanza da Alessandria scorre il Bormida, un largo e rapido torrente, e una mezza lega più avanti troviamo la frazione di Marengo.Una locanda, in questa pianura, porta il nome  di Torre di Marengo, ed un’altra quello di Albergo di lunga fama, ma la colonna, sormontata da un’aquila e collocata nel punto dove Desaix [giovane generale di Napoleone] cadde, ora non è più visibile.

Oltre Marengo, la strada si biforca. Una diramazione porta a Parma, via Tortona; l’altra a Genova, via Novi. La seconda diramazione, lungo la strada per Novi, passa accanto all’Abazia del Bosco, dei frati domenicani, ricca di alcune buone pitture e qualche scultura, la più recente di Michelangelo.

Novi, situata tra i vigneti alla base dell’Appennino, conta seimila abitanti, diversi sontuosi palazzi che appartengono a ricchi Genovesi che trascorrono l’autunno qui, e due buoni alberghi: l’Hotel de l’Europe, molto confortevole, e l’Albergo Reale, in via Ghirardenghi (la Posta è fuori città, lungo la strada per Genova); è comunque il miglior posto per dormire tra Torino e Genova, essendo situata nel mezzo. Del vecchio castello di Novi resta solo una torre, ritta su una altura e notevole per la sua altezza.

Una mappa dell’Italia: Italy exhibiting Piedmont, Milan, Mantua, the Pope’s Dominions, & c Containing the principals roads 1799 estrapolata dai Travels in Italy – pur tra errori cartografici, quali una collocazione di Tortona in linea con Asti e decisamente a nord di Novi, a sua volta vistosamente a nord di Acqui – mette in rilievo il ruolo centrale della città di Novi, come momento di transito sull’asse Genova-Torino e Genova-Milano, anche se, stranamente, non compare sulla mappa la città di Alessandria.

Dopo aver passato vigneti, frutteti e castagneti, presso Novi, la Nuova Strada, invece di penetrare nel cuore dell’Appennino, e attraversare la cima della Bocchetta, si dirige verso Genova attraverso Arquata, Ronco e Pontedecimo. Nell’Appendice al volume,35 la Starke ricostruisce minuziosamente le tappe di passaggio della Val di Scrivia, con annotazioni sul numero delle Poste tra le città, e le possibilità di soggiorno per il pranzo e il pernottamento, il tutto, però, proposto in senso inverso, da Genova a  Torino.

E’ necessaria una premessa, visto il continuo riferimento al termine “Post”, frequente nella letteratura di viaggio del Settecento (ne parla anche Casanova): il termine indicava il servizio regolare di corriera, vetture, cavalli o anche ciascuna delle tappe relative; altresì il luogo di sosta, di destinazione, di soggiorno.36 Sempre nell’Appendice, la Starke precisa che “la usuale lunghezza di una Posta, in ogni parte d’Italia, eccetto i territori sardi, è tra le sei e sette miglia, anche se le miglia italiane differiscono in lunghezza, essendo quelle del Piemonte e di Genova considerevolmente più ampie di quelle inglesi.

Uscendo da Genova (alloggio per la notte: l’Hotel de la Croix de Malte, molto confortevole), Pontedecimo (un terzo e quarto cavallo da Pontedecimo a Ronco Scrivia e viceversa; due Poste); Ronco [Ronca, nel testo] (alloggio per pranzare l’Albergo Reale, pulito e confortevole, due Poste e mezza); Arquata (un terzo cavallo da Arquata a Ronco, ma non viceversa; due Poste); Novi (alloggio per la notte: l’Hotel de l’Europe, buono. La strada tra Pontedecimo e Novi è una galleria scavata nelle rocce di marmo, con un torrente che scorre al di sotto. Poche miglia oltre Novi sono visibili le Alpi; una Posta e mezza); Alessandria (alberghi citati: l’Albergo dell’Universo e l’Albergo Grande d’Italia, entrambi buoni. Un extra quarto di una Posta viene pagato nell’atto di lasciare la città; tre Poste e mezza); Felizzano (due Poste e un quarto); Annone (una Posta e mezza); Asti (alloggio per la notte: il Leone d’Oro, accettabile; non così l’Albergo Grande, uno dei peggiori  in Italia; una Posta e mezza); Gambetta (una Posta e mezza); Dusino (una Posta e mezza); Truffarello (una Posta e mezza); infine Torino (alloggio per la notte: l’Angelo, molto confortevole, eccetto l’ingresso, pessimo, e il cortile che non prevede rimesse per le carrozze; una Posta e mezza; un extra viene pagato all’entrata e all’uscita dalla  città).

Questa strada, attraverso la Val di Scrivia sino a Novi e oltre, sino a Torino, è ottima, ed egualmente percorribile in tutte le stagioni. In totale, sono previste ventiquattro Poste e tre quarti.

La storia della Via Posthumia, nel nono capitolo, permette alla Starke di ricordare la località di Libarna, famosa solamente per essere la prima stazione di questa strada ricordata nei vecchi itinerari, e ora rappresentata dalla moderna Arquata. La stazione successiva, Dertona, oggi Tortona, era, a detta di Strabone, una città notevole, e sembra essere stata colonia romana, ma c’è incertezza sulla datazione. Antiche iscrizioni provano che quando fu colonizzata fu soprannominata Iulia. La città moderna, si dice un tempo fosse ampia e popolosa, ma attualmente i suoi abitanti ammontano a non più di ottomila persone.

Sempre nell’Appendice, apprendiamo informazioni di vario genere riguardo Liguria e Piemonte: come l’abbinamento orario del servizio postale tra le due regioni e il resto dell’Italia e l’estero; il fatto che le arance e i datteri genovesi sono frequentemente acquistati a Livorno; o che venti soldi genovesi erano l’equivalente di una lira genovese, mentre per fare una lira sarda occorrevano ventiquattro soldi genovesi; o che fra Torino e Genova una carrozza a due posti, e quattro ruote, viaggia con due soli cavalli, in conformità alla tariffa.

A questo punto, la descrizione della Starke si sposta nella nuova direzione della Toscana, con l’esame delle tappe di Livorno, Volterra, Lucca, verso Firenze, per proseguire poi un viaggio che coinvolge l’Italia intera.

Questa la traduzione del testo inglese relativamente all’asse Liguria-Piemonte, all’interno di un testo ricco di ben 731 pagine. L’edizione è quella del 1833, ampliata e modificata rispetto a quella del 1828.

Possiamo tentare ora, in chiusura, qualche considerazione conclusiva. L’Ingamells parla di “stile vivace” (manner brisk): a mio avviso, almeno per la parte relativa all’asse Liguria-Piemonte, questo non appare; il periodare è un po’ piatto e pedantesco, nell’arido elenco delle opere d’arte, e a volte enfatico nell’abuso dei termini “beautiful”, “fine”, magnificent”, “splendid” ecc. Il procedere della descrizione è piuttosto disorganico, con l’uso del “but” avversativo posto tra due contenuti diversi (vedi il confronto tra la campagna genovese e gli abitanti senza fede). In positivo, emerge la commozione di tono romantico di fronte alla bellezza smisurata della natura, nel rispetto della categoria romantica del “sublime”, già evidenziata nel commento al testo.

Quale valore assume, in conclusione, il presente lavoro, focalizzato sulla ricostruzione del viaggio di Mariana Starke lungo l’asse Liguria-Piemonte, passante per Novi? L’avere individuato, nel testo della viaggiatrice, una somma di informazioni sulle vie di comunicazione, sulle stazioni di Posta, sui paesaggi quali si presentavano a cavallo dei due secoli, sui volti delle città liguri e piemontesi, Novi compresa.

 

 

Guido Galliano

 

 

 

NOTE

1) Cfr. Giacomo Casanova, un avventuriero tra Piemonte ed Europa, in: In Novitate, n°49, maggio 2010, pp.71-82.

2) Cfr. Echi del Grand Tour nel XVIII secolo: Charles de Brosses tra Liguria e Piemonte, in: In Novitate, n°54, novembre 2012, pp.61-64.

3) Cfr. Giuditta Podestà, I viaggiatori stranieri e l’Italia, Milano, Gastaldi, 1963, p.92.

4) Cfr. art.cit. in: In Novitate, novembre 2012, p.61.

5) Il primo articolo è apparso sul numero di maggio 2008, pp.57-64, prima parte; seconda parte sul numero di maggio 2009, pp.71-74; il secondo articolo è apparso sul numero di maggio 2011, pp.51-58.

6) Cfr. F.De Giorgi, La storia locale in Italia, Brescia, Morcelliana, 1999, p.9.

7) Cfr. R.Salvarani, Storia locale e valorizzazione del territorio, Milano, Vita e Pensiero, 2000, p.18.

8) Per le distinzioni fra storia locale, microstoria e minimalismo storico (il termine è un mio neologismo creato per l’occasione), rimando al mio articolo citato. Basti qui ricordare che il termine minimalismo, che riassume il punto di vista micrologico più che microstorico, si riferisce ad uno stile americano di avanguardia legato agli anni ’60 e alle città di New York e Los Angeles, identificato in opere scultoree ma anche pittoriche di artisti quali Carl Andre, Donald Judd, Dan Flavin,Sol le Witt, Robert Morris. Associato all’aggettivo storico, allude alla sua natura micrologica (cfr. F.Rella, Micrologie, Roma, Fazi, 2007) nella misura in cui il documento – termine che va inteso nel significato più lato, come annotava il Croce: “per documenti sono da intendere tutte le opere del passato ancora rievocabili nei segni delle scritture, nelle notazioni musicali, nelle pitture, sculture e architetture, nei ritrovati tecnici, nelle trasformazioni fatte della superficie terrestre, in quelle fatte nella profondità degli animi, ossia negli istituti politici, morali, religiosi, nelle virtù e nei sentimenti via via formati lungo i secoli e ancor vivi e operosi in noi” (cfr. B.Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1966, p.104) – resta atomo isolato, metastorico, assolutizzato nella campanilistica difesa del “particulare”, laddove “lo storico locale deve invece rendere conto di rapporti di causa ed effetto, di reti di relazioni, di interdipendenze funzionali (cfr. G.G.Ortu, Il luogo, la memoria, l’identità, Cagliari, CUEC, 1999, p.87).

9) Cfr. Attilio Brilli, Il viaggio in Italia, Bologna, Il Mulino, 2006.

Cfr. Attilio Brilli, Quando viaggiare era un’arte, Bologna, Il Mulino, 1995.

10)   Cfr. A.Brilli, op.cit., p.9.

11) Ibidem, pp.7-8.

12) Ibidem, p.18.

13) Cfr. Leonello Vincenti (a cura), Viaggiatori del Settecento, Torino, UTET, 1950, p.9.

14) Relativamente all’anglomania cfr. O.Graf, L’anglomania e l’influsso inglese in Italia nel secolo XVIII, Torino, Loescher, 1911. Ancora testi utili sull’argomento: Daniele Niedda, Viaggiatori inglesi tra Settecento e Ottocento ( a cura di De Caprio), Istituto Nazionale di Studi Romani, 1999; Francesco Viglione, L’Italia nel pensiero degli scrittori inglesi, Milano, Bocca, 1946; M.Pfister (a cura), The Fatal Gift of Beauty. The Italies of British Travellers, An Annotated Anthology, Amsterdam-Atlanta, 1996; C.Kenneth, Italy and English Literature, London, 1980; J.Black, The British and the Grand Tour, London, 1985; Vittor Ivo Comparato, Viaggiatori inglesi in Italia tra Sei e Settecento, in: Quaderni Storici, n°42, 1979, pp.850-887; Mario Praz, Studi e svaghi inglesi, 2° vol., Milano, 1983, pp.183-222.

15) Circa l’influsso del pensiero scientifico inglese sulla cultura italiana, rimando agli studi del prof. Davide Arecco, titolare della cattedra di Storia della Scienza e della Tecnica presso la Università degli Studi di Genova, già direttore della rivista In Novitate negli anni 2006-2007; nello specifico, cfr. i suoi più rilavanti contributi sull’argomento quali: Da Newton a Franklin. Giambattista Beccaria e le relazioni scientifiche tra Italia e America nel secolo XVIII, Genova, Accademia Urbense-Associazione “Lettere e Arti”, 2009; Una storia sociale della verità. La scienza anglo-italiana dal XVI al XVIII secolo, Roma, Aracne, 2012; Dall’Inghilterra all’Europa. Scienza, esoterismo, Lumi (1627-1780), Roma, Aracne, in corso di stampa; Antonio Vallisneri e gli inglesi. Rapporti epistolari, influssi, reminiscenze, in: Studi filosofici, XXXI, 2009, pp.99-127; Muratori, Newton e gli Inglesi, in: Rassegna della letteratura italiana, CXV, 2012, pp.361-377.

16) Cfr. Storia della letteratura italiana, il Settecento, a cura di E.Malato, vol.VI, Roma, Salerno, 1998, p.135.

17) Cfr. Viaggiatori del Settecento, op.cit., p.19.

18) Cfr. A.Brilli, Il viaggio in Italia, op.cit., p.45.

19) Cfr. I.Ingamells, A Dictionary of British and Irish Travellers in Italy, 1701-1800, New Haven, 1997.

20) Cfr: I. Ingamells, op.cit., pp.890-891.

21) Già nel 1766 Tobias Smollett nel suo caustico Viaggio attraverso l’Italia anticipava le parole della Starke: “Genova costituisce una apparizione abbagliante quando la vedi dal mare. Essa infatti si inerpica come un anfiteatro di forma circolare dal livello dell’acqua su per le montagne per un notevole tratto ( cfr. T.Smollett, Viaggio attraverso l’Italia, Roma, Nutrimenti, 2003, p.23)

22) Una ulteriore precisazione ci viene dallo Smollett: “Entro il porto artificiale c’è un altro porto naturale più piccolo, chiamato Darsena, riservato alle galee della Repubblica” (op.cit., p.23).

23) Sempre lo Smollett: “Il primo dettaglio che colpisce l’occhio da lontano è un faro o lanterna molto elegante, costruito sulla sporgenza di una scogliera sul lato occidentale del porto, così alto che in una giornata senza foschia lo si può vedere da una distanza di trenta miglia” (op.cit. ibidem).

24) Più laconico e riduttivo il giudizio dello Smollett: “Per quanto riguarda la Cattedrale, gotica e cupa, l’unico particolare degno di nota è rappresentato dalla Cappella, dove giacciono le presunte ossa di Giovanni Battista e dove trenta lumi bruciano ininterrottamente” (op.cit., p.30).

25) Cfr., per un approfondimento, il mio articolo su Casanova – vedi nota n°1 – e la relazione tenuta all’Auditorium di Novi Ligure sul tema del viaggio, organizzato dall’Università di Genova (il mio intervento: “Il viaggio di Casanova”). Il concetto di descrizione è all’opposto di quello della Starke: se questa trascura il piano del costume e la mentalità degli italiani (su cui ha infierito lo Smollett nel 1766), interessandosi al paesaggio e non agli uomini, il libertino ha un altro concetto del descrivere “che è in funzione dell’analisi dell’uomo e del suo comportarsi, è in funzione della azione umana: vita politica, militare, amorosa, ludica; tutto il resto non gli interessa. Infatti così prosegue (a proposito del suo soggiorno a Corfù): "Non parlerò del posto, naturalmente, perché chiunque può andare a vederlo"”. Scrive la Flem nella sua monografia su Casanova: “quando si sposta è per andare da un luogo ad un altro: il paesaggio non esiste” (L.Flem, Casanova, Roma, Fazi, 2006, p.137). Il paesaggio non esiste perché è “tutto preso a relazionarsi per ascendere a quel livello sociale da cui si sente escluso….a conversare, anche, e soprattutto, nell’intimità” (art.cit., p.79), per cui non c’è spazio per il paesaggio “Paesaggi, monumenti storici, rovine antiche non lo trattengono mai a lungo” (L.Flem, op.cit.,p.148). Per la Starke vale l’opposto, e forse gioca il ruolo diverso dell’influsso illuministico (Casanova) e romantico (Starke).

26) La Starke condivide lo spirito analitico del Settecento, che ha trovato espressione nel gusto di selezionare, ordinare, catalogare, inventariare i dati dell’esperienza. Paradossalmente, si può accostare la figura del “divino marchese” Sade, le cui 120 giornate di Sodoma sono un vero e proprio catalogo delle possibili atrocità (se scrivo possibili , è per distinguere Sade romanziere, che scava nel lato oscuro dell’Eros, dall’uomo Sade, libertino sì, ma i cui eccessi rientravano nella norma della sua generazione; cfr. sullo spirito catalogatore di Sade, R.Barthes, Sade, Fourier, Lodola, Torino, PBE, 2001). Vorrei ricordare quanto scrive L.Geymonat: “Anche l’accusa, frequentemente mossa agli illuministi, di un eccesso di spirito analitico, che avrebbe loro impedito di cogliere il reale nella sua globalità, poteva sotto un certo aspetto risultare fondata. Ma un conto era sollevare questa critica, un altro sostenere – come appunto fecero i romantici – che l’uomo sarebbe in grado di cogliere il tutto per via diretta, senza dover passare attraverso il paziente, scrupoloso, rigoroso studio di  settori limitati della realtà” (L.Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol.IV, l’Ottocento, tomo 1°, p.33). Si noti la diffidenza di un neo-razionalista quale Geymonat per un certo tipo di intuizionismo romantico, fumoso quanto lontano dal rigore del procedere scientifico.

27) Deluso lo Smollett dal ponte di Carignano: “Avevo sentito parlare molto di Ponte Carignano, ma non rispose affatto alle mie aspettative. Tale ponte unisce due alture che costituiscono la parte più elevata della città e le case giù a valle non raggiungono il piano d’imposta dei suoi archi. La sua costruzione non presenta nulla di curioso o in qualche modo rimarchevole” (op.cit., p.29).

28) Nell’edizione precedente, le valutazioni della Starke sono leggermente diverse; per esempio, su la pensione La Croce di Malta: non troppo cara, con rispetto verso il modo di vivere, ma non molto prevista per le famiglie quanto per i singoli uomini; l’Hotel di York è detto eccellente; l’Hotel de la Ville è spazioso ma caro; invariato il giudizio su l’Hotel de Londres; rovesciato quello su l’Hotel de la Poste: sebbene piccolo è confortevole e a basso prezzo. Anche lo Smollett cita La Croce di Malta: “dopo essere sbarcati all’entrata del porto riparammo in una locanda chiamata La Croix de Malthe, che era nelle vicinanze. Qui la cortesia con cui fummo trattati ci fornì altre ragioni per trattenerci qualche giorno in questa città” (op.cit., p.23).

29) In una edizione precedente, la scritta sulla statua è leggermente diversa, presentando una inversione negli elogi, che ne modifica il significato complessivo, mancando l’allusione alla vittoriosa difesa della libertà pubblica; scrive, infatti, la Starke: “Andrea d’Oria, the best of Citizens,  the successful Champion, and the Restorer of public liberty”, dove “successful Champion” sembra significare solo un generico “campione vittorioso”.

30) Gli è intitolato l’ospedale Villa Scassi, in Corso Scarsi 1, a monte di via Cantore, Sampierdarena.

31) Il pur caustico Tobias Smollett, nelle sue pungenti critiche ai costumi e alla mentalità degli italiani, si allinea al positivo giudizio della Starke sulla beneficenza dei genovesi: “Un genovese mantiene se stesso e la famiglia con una somma di denaro limitata, per poter così risparmiare e costruire palazzi e chiese. In tal modo, rimangono per secoli e secoli tanti monumenti al suo buon gusto, devozione e munificenza” (op.cit., p.26).

32) Permettiamoci una digressione su due illustri viaggiatori. A quell’epoca, non c’era la libertà di transito di cui gode ora l’Europa, e i controlli alle frontiere erano severi quanto meticolosi, anche, soprattutto, per ragioni di censura. Ciò è provato dall’esperienza personale – ne cito due fra tante – di Giacomo Casanova e di William Hazlitt. Il primo ricorda nella Storia della mia vita le difficoltà alla stazione di Posta non troppo lontana da Madrid, dove un povero prete siciliano viene bastonato davanti ai suoi occhi perché privo di lasciapassare per Madrid, pur in possesso di uno con cui era stato a Bilbao; pur senza bastonatura, però, anche per entrare in Alcala, non mancano le grane per il libertino che viene perquisito “e visto che la massima attenzione delle guardie era concentrata sui libri, il fatto che possedessi una Iliade in greco creò un certo malcontento. Me la requisirono”. Non ultimo sgarbo, un controllo sul tabacco: “Signore, questo tabacco [trinciato] è maledetto in Spagna” e di conseguenza “getta tutto il mio tabacco nel fango e mi restituisce la tabacchiera vuota” (G.Casanova, Storia della mia vita, Roma, Newton, I Mammut, vol.2°, 1999, pp.633-634). Lo Hazlitt, sottoposto a ispezione alla frontiera dell’Alta Savoia nel suo viaggio in Italia del 1824, subisce le medesime vessazioni per ottusità censoria, come racconta il Brilli: “Hazlitt aveva due bauli, uno dei quali pieno di libri [….] Quando i gendarmi lo aprirono [….] non avrebbero assunto una espressione simile nemmeno se fosse stato pieno di cartucce e polvere da sparo. Ai loro occhi i libri erano il corrosivo che distrugge il dispotismo e il potere dei preti, l’artiglieria che abbatte castelli e prigioni”. I  titoli più esplosivi? The Progress of learning di Bacone, il Paradiso Perduto di Milton e La révolution francaise del Mignet. Mi si perdoni, ora, un aneddoto personale che può far sorridere: negli anni ’80 – e non siamo nel 1824 – un mio collega, insegnante di inglese, è stato assunto e licenziato nella stessa giornata da un Liceo gestito dai Gesuiti per aver citato in classe un verso sovversivo di Milton: un vero record! Brilli chiude così l’incidente di Hazlitt: “Per le mentalità più ottuse e retrive, fra una biblioteca e una santabarbara non c’è differenza” (cfr. A.Brilli, Il viaggio in Italia, op.cit., p.108, in riferimento a William Hazlitt, Notes of a Journey through France and Italy, London, 1826, pp.186-187). Anche Mariana Starke, nel 1798, ebbe bisogno di un passaporto francese, cisalpino e imperiale (austriaco) per poter lasciare Firenze per la Germania, dove a Dresda concluse il Grand Tour per ritornare in Inghilterra.

33) Cfr. Mariana Starke, Travels in Europe, Paris, 1832, p.548.

34) L’attenzione per l’argomento del clima e del suo influsso su usi e costumi e, più in generale, sulle civiltà, è ampiamente testimoniata dal Montesquieu. Ma anche tra le protagoniste femminili del Grand Tour non è minore l’attenzione; come scrive Brian Dolan: “Il viaggio all’estero per amore della salute di una persona  era una delle poche ragioni legittime che le donne nell’Illuminismo inglese potevano usare per sottrarsi alla routine domestica” (cfr. Brian Dolan, Ladies of the Grand Tour, London, HarperCollins Pub., 2001). Un intero capitolo, il quinto, Sea Breezes & Sanity è dedicato al tema, iniziando proprio con il caso di Mariana Starke, che scende in Italia nel 1792 accompagnando “a consumptive relative” (sembra la madre) per un periodo di sette anni, volto al recupero della salute (era malata di tisi). Se Mariana lamenta il clima nebbioso ed insalubre di Torino, un’altra grande protagonista del Grand Tour, Esther Piozzi scrive nel 1785, da Napoli, di preferire il clima inglese, così vituperato dalla maggior parte, ma che, se non particolarmente salubre, è pur sempre meno “pestifero” di quello dei dintorni di Roma, o quello “astiosamente insalubre” dei Bagni di Pisa, o impregnato, come qui, di “particelle ardenti ed esalazioni minerali che ogni ora attentano alla vita” cfr. B.Dolan, op.cit., p.157). Persino Sade, non insensibile alle suggestioni tanatiche anche a livello climatologico, nel suo Viaggio in Italia compiuto nel 1755, così denuncia l’aria che si respira a Firenze: “L’aria è detestabile in questa capitale verso la fine di ottobre, per tutto novembre e per una parte di dicembre. Mi si assicura che è persino mortale. Di certo le morti improvvise occasionate da colpi di apoplessia sono estremamente comuni in questa stagione. Mi hanno persino assicurato che se in questa stagione si lasciasse impregnare un pezzo di pane nell’aria della notte con i vapori mortali delle nebbie appenniniche e lo si facesse mangiare ad un cane, l’animale morirebbe immediatamente” (la considerazione è ripresa  nel romanzo Juliette, parte III) (D.A.F. de Sade, Viaggio in Italia, Roma, Grandi Tascabili Economici Newton, 1993, pp.83-84).

35) L’Appendice che conclude il volume va da p.597 a p.731.

36) Cfr. Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 2004, p.2091.

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Gennaio 2014 18:36